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Tra Europei e Olimpiadi scatta il Tour de France: Pogacar punta al bis, Roglic cerca il riscatto

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Un Tour secondo la tradizione

Ma che Tour sarà? Come tutti i Tour, abbastanza “tradizionale”, in linea coi precedenti. Con solo tre arrivi in salita, molte tappe che sembrano delle classiche e due cronometro che assommate contano 58 chilometri, divisi tra i 27,2 della prima tappa e i 30,8 al penultimo giorno. Qui si nota un cambiamento perchè nel 2020 c’è stata solo una crono con finale in salita a a La Planche des Belles Filles, una frazione di 36 chilometri che provocò la detronizzazione di Roglic a favore del giovane rivale Pogacar, che a soli 22 anni vinse il primo Tour della sua carriera.

In totale ci sono 21 tappe, per 3414 km di percorso, con partenza da Brest, cioè dal cuore della Bretagna, con quella luce infinita dell’estate atlantica, per arrivare a Parigi il 18 luglio. Si va in senso “orario”, cioè dal Nord si scende orizzontalmente verso le Alpi (due tappe, con un arrivo in salita a Tignes) per poi spostarsi sui Pirenei con i traguardi in quota sul Portet e a Luz Ardiden. I Pirenei condizioneranno di più la corsa, anche se non va dimenticata la tappa del Mont Ventoux (11 luglio). Il Monte Calvo sarà scalato due volte con arrivo a Malaucene. Di solito, soprattutto per il caldo, questa è una tappa significativa. Inutile ricordare che fu il teatro della tragica fine nel 1967 di Tony Simpson, il corridore inglese ucciso da un micidiale cocktail di alcool e anfetamine. Per stare a tempi più recenti, e meno drammatici, viene in mente nel 2016 l’indimenticabile corsa a piedi di Chris Froome dopo lo scontro con una moto.

Italiani ridotti al lumicino

Prima di parlare dei favoriti (Pogacar, Roglic, Thomas, Carapaz) serve un breve focus sulla spedizione italiana. Che non brilla per numero di partecipanti. Su 184 corridori al via (8 per 23 squadre) solo nove sono azzurri. Quasi un record al contrario: per risalire a un numero così ridotto bisognare andare al 1984. Era il tempo che gli italiani se ne stavano alla larga dalla corsa francese. Di quel gruppo ricordiamo Roberto Visentini, Giovanni Battaglin, Bruno Leali e Giancarlo Perini. Arrivarono a Parigi solo in cinque. Il primo dei nostri (Luciano Loro) terminò con più di 50 minuti dalla maglia gialla Laurent Fignon.

Per quattro volte -1973, 1978, 1980 e 1981 – nessun italiano si è presentato al Tour. Bisognerà aspettare gli anni ’90, con Bugno e Chiappucci, per tornare a farci rispettare. I numeri attuali ci riportano, forse in peggio, a quel periodo. Siamo pochi, e nemmeno tanto buoni. A parte il tricolore Colbrelli, e Nibali, gli altri sono dei buoni gregari (Ballerini, Cattaneo, Formolo, Guarinieri, Oss, Rota Sbaragli) che corrono per i capitani delle grandi formazioni estere. Un altro dato inquietante è che nel 1984 le squadre al via erano 17, con gli italiani tutti inseriti nella Carrera. Oggi le formazioni al Tour sono 23 senza nessuna squadra italiana. Sono brutti segnali. Che riflettono lo scarso interesse degli sponsor e delle nostre grandi aziende al ciclismo agonistico. Resta però una radicata diffidenza per un burrascoso passato che ha lasciato troppo ferite.

Ci manca un campione

L’altro guaio è che ci manca un campione per le grandi corse a tappe. Fabio Aru, sempre più alla deriva per vari problemi fisici e mancanza di risultati, ha già dato forfait. Restiamo quindi aggrappati a Nibali, ma ormai San Vincenzo ha smesso di fare miracoli. Sono passati sette anni da quando, nel 2014, arrivò a Parigi con la maglia gialla. Fu l’apice della sua carriera. Ora correrà in funzione delle Olimpiadi. Se i risultati sono buoni (e lo si vedrà già nelle due prime tappe in Bretagna) Nibali lascerà il Tour per unirsi agli azzurri di Davide Cassani che sabato 17 luglio partiranno per Tokyo.

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