giovedì, Gennaio 27, 2022
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Molteni, storia di una famiglia e di una grande passione per il ciclismo

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Il miglior testimonial: Eddy Merckx

Tutto questo nel periodo “italiano” che va dal 1958 al 1970. Dal 1971 al 1976, a caratterizzare ancor di più il marchio della Molteni, sarà un corridore belga di nome Eddy Merckx, soprannominato il “Cannibale” per la sua fame di vittorie. Un mostro a due ruote, dall’appetito più insaziabile del “sciur” Pietro, che pure non scherza. A Eddy, che viene da Bruxelles, non interessano i prosciutti o le mortadelle. Lo speck o le lugànighe. No, a lui interessano solo le corse. Un traguardo dopo l’altro. Giro d’Italia o classiche non importa: va tutto bene. L’importante è vincere. E con la Molteni Merckx vincerà 246 corse conquistando quattro Milano-Sanremo, quattro Liegi-Bastogne Liegi, tre Tour de France, tre Giri d’Italia, due titoli mondiali e un record dell’ora nel 1972 che ha fatto epoca.

«Papà Ambrogio penso che abbia portato il ciclismo in una dimensione tutta nuova», spiega Mario Molteni che, con la sorella Pierangela, detta Lalla, ha fortissimamente voluto che fosse raccolta in un libro – abilmente curato da Pier Augusto Stagi – la storia di una famiglia che ha portato in tutto il mondo il ciclismo italiano. «Papà è stato il primo a comprendere perfettamente l’efficacia della sponsorizzazione in questo sport. La squadra come emanazione diretta dell’azienda, che non solo deve avere una ricaduta sui mercati interni ma anche fuori dai confini nazionali. E un corridore come Merckx, il più vincente di ogni tempo, è stato strategico».

Una squadra eccezionale

A posteriori si parla di strategie, di business, di marketing, una parola quest’ultima che, a quei tempi, ben pochi usavano. La Molteni però è stata soprattutto un squadra eccezionale, composta da corridori di enorme talento e umanità. Un team guidato da un direttore sportivo, Giorgio Albani, pure lui, e non solo grazie a Merckx, poi diventato il numero uno dei tecnici (per un certo periodo anche direttore di corsa del Giro d’Italia). Un vero fuoriclasse, sempre capace di risolvere ogni problema. «Papà non ha mai considerato il ciclismo un lavoro, ma uno sport e un privilegio. Passione pura. I corridori della Molteni erano parte della sua famiglia e anche noi figli abbiamo vissuto quell’esperienza bellissima di vita allo stesso modo», racconta Rossana Albani.

I primi anni della Molteni sono quelli più romantici e allegri. Era una specie di famiglia allargata con corridori però già di primo livello: Pierino Baffi, Guido De Rosso, Guido Neri, Alcide Cerato, Giacomo Fornoni. In più due neo-professionisti di grande avvenire: il bresciano Michele Dancelli e il cassanese Gianni Motta, segnalato espressamente da Ernesto Colnago, il futuro maestro costruttore di biciclette.

Gianni Motta, la prima scommessa vinta

«Gianni Motta è la prima scommessa vinta, il primo corridore che ho segnalato mettendoci la faccia. Classe pura, talento immenso. Andava a lavorare alla Motta, quella dei panettoni, in bicicletta. Quando è venuto da me per chiedermi una bici, mi disse subito che non aveva un soldo. Me li pagherai con le vittorie, gli risposi io. E difatti, ogni vittoria, duemila lire. Ad un certo punto non gli ho chiesto più nulla… Ma che bellezza…Quante soddisfazioni! Gianni ha anche vinto il Giro d’Italia del 1966».

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