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Di Maio, l’unica mossa politica del Movimento… Ovvero lasciare M5S

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Siccome Di Maio è l’unico politico all’interno del Movimento 5stelle, ha finito con il fare quello che in tanti anni i grillini non hanno mai fatto: una operazione politica.

Probabile che il dissenso del Movimento sull’invio delle armi in Ucraina abbia avuto un peso, ma di certo non è stato determinante.

La scissione all’interno dei pentastellati è derivata soprattutto dalla perdita di centralità che costantemente si è consumata nell’arco della legislatura.

Di Maio e il Governo

L’esperienza di Governo con la Lega aveva politicamente ridimensionato il consenso elettorale raccolto alle elezioni politiche.

Il partito maggiormente rappresentativo del corpo elettorale restava ai margini dell’azione politica che era guidata da Salvini. Che infatti cresceva nei consensi nonostante la leadership fosse affidata ad uno sbiadito Conte. Un mandatario del Movimento che però ha assunto spessore politico solo con il successivo Esecutivo, quello con il PD.

La giravolta di Renzi, che pure aveva fatto nascere il Governo Conte2, ha segnato la fine di quella esperienza, ma l’alleanza con un partito ancora più strutturato della Lega come lo è il PD, ha accelerato la liquefazione del Movimento 5stelle, sempre più ai margini dei processi decisionali.

Dalla pandemia all’economia

La Pandemia e la necessità di gestire i soldi del Recovery Found, hanno imposto la figura di Draghi, che ha formato un Esecutivo di larghe intese. Esecutivo in cui il ruolo dei 5stelle, nel frattempo quasi dimezzati nella loro rappresentanza parlamentare a causa delle defezioni che si sono susseguite, ne è uscito ancora più ridimensionato.

Nessuno di loro, con la sola possibile eccezione del Ministro Cingolani, indicato dal Movimento ma non organico ad esso, prende parte alle decisioni strategiche più importanti del Paese.

In questa legislatura, l’unica presenza costante e significativa del Movimento 5stelle è stata quella di Luigi di Majo.

Dopo la pessima figura fatta alla guida dello strategico Ministero dello Sviluppo Economico, dove ha lasciato aperti tutti i tavoli delle trattative, ha traslocato al Ministero degli Esteri affinando , soprattutto con la guida di Mario Draghi, quelle indubbie qualità politiche che bisogna riconoscergli.

Era scontato che avrebbe lasciato un Movimento in crisi di idee prima che di consensi. Affidato alle cure di Conte che non ha saputo valorizzare l’esperienza fatta come premier. Una guida imposta da Grillo forzando le regole statutarie, perché ritenuto capace di unire le mille anime di un Movimento incapace di trovare una sintesi nella azione politica. Come dimostra lo sbandamento in occasione del conflitto in Ucraina.

La decisione di Luigi Di Majo nasce dalla necessità di individuare una nuova area politica di agibilità. Occupando quegli spazi rappresentati da quell’area liberal-democratica che non si rassegna ad un futuro Governo delle Destre.

In questa prospettiva, il Governo Draghi sta rappresentando un modello per il futuro politico del Paese. Un decisionismo assoluto che sta cambiando le regole della politica. Un mutamento a cui il Movimento di Grillo non è pronto e neanche ideologicamente attrezzato a governarlo.

Non è detto che sia un bene, ma Di Maio è stato il primo ad averlo capito.

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