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Altro che spiaggiati, gli elefanti marini sono costretti a nuotare tutto il giorno

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Costrette a nuotare dalle 20 alle 24 ore al giorno, in acque profonde, per non perdere peso. Ingrassare è una fatica per le femmine di elefante marino, che pesano in media 350 chilogrammi e devono immergersi continuamente nella zona mesopelagica dell’oceano (quella di mare aperto estesa tra i 200 e i 1.000 metri di profondità) per cibarsi di una quantità sufficiente di piccoli pesci. La loro unica preda. A spiegare com’è possibile che questi animali riescano a mantenere le loro notevoli dimensioni e a sopravvivere, nutrendosi di esseri che pesano meno di 10 grammi l’uno, è stata una squadra internazionale di ricercatori; dopo otto anni di studio, lo scorso maggio hanno pubblicato la risposta sulla rivista Science Advances.

Gli scienziati hanno dotato 48 femmine di elefante marino di registratori e videocamere, i quali hanno tracciato qualunque dato utile: la posizione, la profondità, il movimento della mascella, la galleggiabilità e il tipo di preda prediletta. Tutto per stimare il tasso di aumento di grasso nel corpo delle foche. E osservando oltre cinque milioni di “pasti”, si è scoperto che, in media, ognuna trascorre a mollo tra l’80 e il 100% del giorno: il tempo impiegato per effettuare circa 60 immersioni e poter mangiare da mille a duemila pesci, guadagnando più calorie di quelle consumate.

Tra il 2011 e il 2018, poi, questi esemplari sono stati rintracciati durante le loro brevi migrazioni due mesi dopo la riproduzione nell’Oceano Pacifico nord-orientale. “Ci siamo concentrati su tale periodo perché accumulare riserve di energia è fondamentale nei loro cicli di vita, per determinare se si riprodurranno nell’anno successivo e quindi per prevedere le dinamiche della popolazione”, ha precisato Taiki Adachi, tra gli autori dello studio e ricercatore sia presso il National Institute of Polar Research sia presso la School of Biology dell’University of St Andrews, in Scozia.

I risultati ottenuti indicano come le femmine di elefante marino, sprovviste di alcune caratteristiche tipiche di altri mammiferi simili, abbiano trovato un percorso evolutivo unico per migliorare la capacità d’immersione rispetto alla loro massa corporea e massimizzare le opportunità di alimentazione. Esiste una stretta correlazione tra dimensioni del corpo, disponibilità di prede e abilità di caccia. Una circostanza che potrebbe avere anche ripercussioni negative.

Poiché gli elefanti marini si sono adattati a un solo determinato modello con cui procacciarsi cibo, ciò potrebbe metterli a rischio con l’aumento della temperatura dell’oceano e con l’eventuale riduzione della disponibilità di prede. “La loro ristretta nicchia comportamentale ne limita fortemente la plasticità, l’adattabilità – ha aggiunto Adachi – il fatto che debbano muoversi 24 ore su 24 per nutrirsi suggerisce che queste foche sono vulnerabili rispetto a una carenza di piccoli pesci”.

Così, i ricercatori sono intenzionati a continuare il monitoraggio dell’attività degli elefanti marini. Un lavoro che finora è stato finanziato da Japan Society for the Promotion of Science, Office of Naval Research e “E&P Sound and Marine Life Joint Industry Project” dell’International Association of Oil and Gas Producers. “Il tasso di aumento del grasso nei loro corpi – conclude Adachi – è un indicatore, un’importante sentinella degli effetti che i cambiamenti climatici avranno sugli ecosistemi tipici delle profondità oceaniche”.

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