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L’ultimo guizzo del “Dottore”. Rossi dice addio alle corse: «È dura, ma è giusto così»

Numeri da record

Sono numeri importanti, certo, come è bene precisare che in 26 stagioni ha conquistato 115 vittorie e 235 podi e 65 pole position. Ma i numeri, quando si parla di Valentino Rossi, dicono e non dicono. Ci si perde e basta. Come ci si perde a rammentare i suoi avversari: ne ha avuti troppi, a partire da Max Biaggi per finire con Jorge Lorenzo. I numeri non dicono ad esempio quanto “il Dottore” abbia modificato e condizionato la storia del suo sport. Prima di lui, nonostante le prodezze di Giacomo Agostini, e prima ancora di Pasolini e Provini, il motociclismo era comunque sport di nicchia. Era seguitissimo in Emilia Romagna, nelle Marche, nelle terre dei motori, ma non aveva quella capacità aggregativa e mediatica che ha poi avuto con Valentino. Un po’ come negli anni Ottanta con Alberto Tomba nello sci, e prima con Adriano Panatta nel tennis, Valentino Rossi è diventato lui stesso l’ambasciatore itinerante del motociclismo. Con lui tutti hanno imparato cos’è un “paddock”, cosa vuol dire “staccare”, “aprire”, “derapare”. Quello che era uno sport di settore, il fratello sfigato della Formula Uno, con Valentino è diventato lo spettacolo più incredibile del mondo. Divertimento puro, agonismo spietato, curve mozzafiato, sorpassi da infarto. Oggi c’è la MotoGp? Bene, tutti davanti al televisore. A seguire quelle straordinarie telecronache urlate e appassionate. Con buona pace della Formula Uno che quasi sempre, a parte quando vince(va) la Ferrari, è più noiosa di un film di un regista iraniano.

Valentino Rossi lascia le gare: 26 anni di successi e di emozioni in moto

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Una scelta giusta

Meno male che Valentino gli ha dato un taglio. Era insopportabile vederlo arrancare come un mediocre pilota del lunedì. Con questi ragazzini scatenati che si contendono il traguardo cadendo e rialzandosi come se fossero di gomma e lui, il Grande Valentino, costretto a tornare ai box. A 42 anni non si può più giocare a fare l’eterno Peter Pan dello sport. È stato bello, bellissimo, ma adesso faccia qualcos’altro. S’inventi qualcosa, fantasia ne ha da vendere. Dice che gli piacerebbe correre in Formula Uno, che è sempre stato uno dei desideri della sua vita. Mah, non sappiamo. Se ne può parlare. È bello poterlo pensare, immaginare, che sia unico anche nel gran salto dalle due alle quattro ruote. Però non sono più i tempi eroici, quelli di Tazio Nuvolari o di John Surtees. Quelli in cui bastava l’audacia e il colpo d’occhio. Anche qui prevale la specializzazione. Riciclarsi a 42 anni non sarà facile. Meglio che stia nel suo ambiente, che faccia bene quello che ha sempre saputo fare benissimo: il comunicatore.

Unico anche nell’immagine

Già perchè il pilota di Tavullia è anche un gran comunicatore. Uno che buca l’immagine. Un grande influencer prima ancora che ci fossero i social. Ha followers in tutto il mondo. Un suo clic o un suo “like” sposta le montagne. Non a caso nel 2005 ha ricevuto una laurea honoris causa in comunicazione e pubblicità dall’Università di Urbino. Quando gli hanno chiesto perchè lo chiamavano “Dottore”, lui ha risposto: «In Italia si dice che sei un “dottore” quando sei molto bravo a fare qualcosa. È un modo scherzoso per dire che sei qualcuno che conta».Una sintesi perfetta. In realtà Valentino è stato soprannominato “The Doctor” quando ha cominciato ad emergere nelle categorie giovanili. Aveva intuito, sensibilità, capiva subito qual era il problema di una moto. Ci vuole orecchio per essere un numero uno. Anzi un numero 46. E a Valentino l’orecchio non è mai mancato.