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amori Usa nell’Islam estremo, i precedenti in Francia e Italia

Afghanistan in mano ai talebani. La paura che si scateni il macello delle vendette contro i collaborazionisti o presunti tali e la paura che le donne con l’adozione della sharia come Costituzione siano costrette a ritornare oggetti col buco privi di diritti non sono certo infondate.

La storia dei talebani e del loro potere esercitato prima dal governo del mullah Omar  – installatosi a Kabul nel 1996 e spazzato dagli USA cinque anni dopo, nel 2001 – ed esercitato poi sul territorio nelle molte zone sotto il loro controllo non autorizza ottimismi. Per le donne è stato annunciato che i loro diritti verranno rispettati, ma “sotto la sharia”.

Sotto la famosa e famigerata legge coranica a base di lapidazioni, mani mozzate ai ladri e teste mozzate per i più svariati motivi. Alcuni dei quali sono in Occidente parte dei diritti universali dell’uomo.

Zabiullah Mujahid, ex portavoce dei talebani e attuale neo ministro dell’Informazione e della Cultura in Afghanistan, ha detto che il nuovo governo accetta “i diritti delle donne, compresi i diritti al lavoro e all’istruzione, Ma in conformità con la sharia”.

Che a quanto pare diventerà la Costituzione del nascituro o neonato Emirato Islamico dello Afghanistan. Costituzione e codice penale, quindi erga omnes. Valido cioè per tutti gli oltre 38 milioni di afgani, uomini e donne. Resta però il fatto che la sharia è molto più penalizzante per le donne che per gli uomini. Lo è già di per sé, ma lo diventa ancor più con le varie interpretazioni che ne danno i singoli Paesi musulmani.

Qui però in fatto di nostra reazione all’arrivo della sharia in Afganistan e alla possibilità di vendette ci sono da fare due considerazioni.

Afghanistan, due pesi e due misure

1. In fatto di sharia, nella reazione di noi occidentali alle notizie afgane c’è qualcosa di strano. Così riassumibile: due pesi e due misure.

La sharia infatti, oltre ad essere esplicitamente la base delle leggi del Kuwait, Yemen ed Emirati Arabi Uniti, è la Costituzione e il codice penale di fatto dell’Arabia Saudita, anche se ufficialmente la Costituzione è il Corano. Interpretato però secondo la versione wahabita della religione musulmana, versione la più arcaica, integralista, ultraconservatrice, dura e violenta di tale religione. I cui altri filoni principali sono gli sciiti, forte maggioranza  in Iran, e i sunniti, il 75% dei musulmani e maggioranza in Egitto, Pakistan, Siria, Turchia, ecc.

C’è anche il salafismo, movimento sviluppatosi in Egitto all’inizio del XX secolo per opera di Rashid Rida. Che però è copia conforme del wahabismo dato che si ispira anche al fondatore del wahabismo, nato a metà del 1700 per opera di Muhammad bin Abd al-Wahhab.

Come dire “se non è zuppa è pan bagnato”

Il salafismo però è quello che abbraccia le armi soprattutto verso l’Occidente e la sua cultura. E infatti i talebani sono salafiti. I salafiti, e gli stessi wahabiti, sono guardati con sospetto dai sunniti. Nell’agosto 2016 il grande concilio sunnita di 200 personalità tenuto a Grozny, in Cecenia, nemmeno li menziona nel documento finale che stabilisce chi sono i sunniti.

Dai sauditi il modello per il futuro Afghanistan

In Arabia Saudita, unico Paese al mondo ad avere il Corano come la propria Costituzione, dopo la preghiera di mezzogiorno del venerdì, giorno di festa dei musulmani, c’è l’esecuzione delle pene previste dal Corano. Si tratta dei cosiddetti hudud, in pubblico nella piazza principale.

Taglio della mano per i ladri, decapitazione per gli assassini e terroristi, a volte anche in gruppi numerosi, Lapidazione per gli adulteri, in realtà però solo per le adultere. Decapitazione perfino per stregoneria.

Pur avendo come Costituzione di fatto la sharia, i sauditi sono stretti alleati politico militari degli USA. Perciò ben visti anche dalla NATO cioè dall’Europa, dove fanno anche investimenti. Nel maggio 2017 Donald Trump andò apposta in Arabia Saudita per portare in regalo una mega fornitura di armi moderne. E calare pubblicamente ed esplicitamente le brache dichiarando al re e alla sua corte:

“Non sono venuto qui a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere”. 

Trump e Renzi, due modi di calare le braghe

Una frase che, con buona pace di Matteo Renzi, dava l’addio alle speranze di spingere i sauditi  e gli altri regni del Golfo – tutti del ramo wahabita eccetto il solo Qatar, sunnita – verso almeno un po’ di democrazia. Nonché qualche riforma e qualche miglioramento per la condizione medioevale delle donne.

Addio alla speranza di riforme e pietra tombale definitiva su quelle che erano state chiamate “le primavere arabe”, termine utilizzato per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate in molti Paesi arabi tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011.

Trump nonostante la sharia nel calare le brache è stato esplicito. I nostri giornali patinati vanno in sollucchero ogni volta che un principe saudita o un emiro del Golfo viene in Italia col suo mega panfilo. Con lo stuolo di mogli e di concubine. Sollucchero che aumenta se lo stuolo di mogli e concubine va a fare shopping nei negozi di moda di via Montenapoleone a Milano o di via Condotti a Roma o va a visitare Capri e Portofino.  

Come si vede, è alquanto contraddittorio suonare l’allarme per la sharia nuova legge base dell’Afganistan talebano e fregarsene invece della sua terrificante applicazione nella corteggiatissima Arabia Saudita.

Da notare che è almeno dal 2001 che in Italia viene predicato l’obbligo per tutti i musulmani immigrati in Europa di “lottare per l’affermazione della sharia” nella stessa Europa. Ma anche della sua predicazione in Italia e nell’intera Europa da parte degli immigrati musulmani.

Dai talebani in Afghanistan ai predicatori di odio in Italia

Nel settembre 2001, esattamente un mese dopo lo spettacolare e molto tragico attentato che fece crollare le altissime Twin Towers di New York, provocando quasi 4 mila morti, ho pubblicato su L’Espresso un’inchiesta.

Con le prove che tale predicazione in Italia avveniva anche in lingua italiana quanto meno dal giornale Il Messaggero di Allah, diretto da un italiano convertito all’Islam.

Ma l’unico effetto della mia denuncia fu una mezza fatwa contro di me da parte del Messaggero di Allah. I politici non si sono mai posti con chiarezza il problema. Lo scoprono ora, dopo esattamente 20 anni, ma per l’Afganistan.

Afghanistan, la caccia all’uomo: così fu anche in Francia e Italia nel 1945

2. La temuta caccia all’uomo a Kabul e in tutto l’Afganistan per scovare e punire tutti coloro che hanno collaborato con le forze di occupazione arrivate nel 2001. C’è da sperare che si tratti solo di sensazionalismo.

Come quando nel 1991 venne lanciato l’allarme, a partire dal Washington Post, secondo il quale Saddam Hussein nel corso dell’invasione del Kuwait (regno wahabita) aveva provocato un “disastro ambientale epocale”. Destinato a “durare anni e anni” ordinando di incendiare decine di pozzi di petrolio e di aprire i terminali marini degli oleodotti per scaricare il petrolio direttamente in mare anziché nelle petroliere.

“Disastro ambientale epocale” che in realtà per fortuna non c’è stato. Speriamo sia così anche per la caccia ai collaborazionisti che sarebbe in corso non solo a Kabul.   

Le cacce ai collaborazionisti e le loro esecuzioni sommarie sono purtroppo il triste patrimonio della fine di ogni guerra. E’ bene non dimenticare quello che nelle sua Memorie il maresciallo Charles De Gaulle scrive. Che una volta finita la seconda guerra mondiale e cacciati i tedeschi dalla Francia ben 10.842 collaborazionisti sono stati giustiziati senza aver avuto un regolare processo.

In Italia ci fu ‪ la cosiddetta “epurazione selvaggia”, cioè le uccisioni di fascisti da parte di gruppi più o meno organizzati della popolazione civile. Essa ha provocato nella sola ‪primavera del 1945 dalle 5.000 alle 8.000 vittime. Il libro “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa può non piacere, ma i fatti sono quelli.

Senza dimenticare il pubblico ludibrio riservato in Francia e in Italia alle donne che avevano avuto rapporti coi tedeschi. Rapate a zero e fatte sfilare in strada tra le urla, gli insulti, gli sputi e i calci della gente.